L'iniezione di cortisone per il tallone: la scienza dice una cosa che molti non si aspettano

Andrea Giannini

05/03/2026

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Se hai mai sofferto di dolore plantare, è probabile che un medico, un amico, una ricerca veloce online ti abbia suggerito un'infiltrazione di cortisone. È una delle pratiche più diffuse per questo disturbo, spesso proposta come soluzione rapida quando il dolore non passa. Ma cosa dice davvero la ricerca su questa terapia? I risultati, a guardarli con attenzione, sono molto più sfumati di quanto ci si potrebbe aspettare.

Nel 2019, un gruppo di ricercatori ha raccolto e analizzato i dati di 47 studi clinici randomizzati, per un totale di 2.989 pazienti. L'obiettivo era fare chiarezza sull'efficacia dell'infiltrazione di corticosteroidi per il dolore plantare, confrontandola con un ampio spettro di alternative: dalle onde d'urto al plasma ricco di piastrine, dal dry needling ai plantari, fino a semplici iniezioni placebo.

Il profilo medio dei pazienti inclusi è utile per capire di chi si stia parlando: età media intorno ai 46 anni, prevalentemente donne (65%), e un indice di massa corporea nella fascia del sovrappeso. Un profilo, insomma, molto simile a quello che si incontra quotidianamente nella pratica clinica.

Il cortisone funziona come il placebo. Il dato più importante riguarda proprio il confronto con le iniezioni placebo. Quando i ricercatori hanno messo a confronto il cortisone con iniezioni di soluzione inerte nel breve e medio termine, non hanno trovato differenze statisticamente significative sul dolore. In altre parole, il cortisone non sembra fare meglio di una puntura che non contiene alcun principio attivo.

Questo non significa necessariamente che le infiltrazioni di cortisone "non funzionino" in senso assoluto. Significa che l'effetto osservato nella pratica clinica potrebbe essere in larga parte attribuibile a meccanismi non specifici: la guarigione naturale che avviene comunque nel tempo, l'effetto placebo (che è reale e documentato), l'aspettativa del paziente, il contesto della visita medica. Sono effetti che contano, ma che non possiamo attribuire al farmaco in sé.

Detto questo, il quadro non è tutto negativo per l'infiltrazione. Nel breve termine (entro le sei settimane), il cortisone si è dimostrato più efficace rispetto ad alcune alternative specifiche: le iniezioni di sangue autologo e i plantari. Per la funzionalità del piede, ha mostrato un vantaggio rispetto alla fisioterapia nel breve periodo.

Tuttavia — e questo è il punto cruciale — questo vantaggio iniziale tende a svanire completamente nel medio e lungo termine. A 12 settimane e oltre, non solo il cortisone perde il suo vantaggio sulle altre terapie, ma risulta meno efficace rispetto anche ad altri rimedi.

Il cortisone può dare sollievo rapido, ma non modifica il decorso del disturbo nel tempo, e altre strategie sembrano ottenere risultati migliori sul lungo periodo.

La maggior parte degli studi ha seguito i pazienti per un periodo limitato, raramente oltre i 12 mesi. Gli effetti a lungo termine del cortisone sul tessuto tendineo e fasciale sono ancora oggetto di discussione in letteratura, e ci sono segnalazioni da altri contesti clinici (come il gomito del tennista) che suggeriscono possibili effetti negativi sul tessuto connettivo nel tempo. Non è un allarme, ma è un motivo valido per non considerare l'infiltrazione come una soluzione da ripetere indiscriminatamente.

Se il tuo medico o fisioterapista ti ha proposto un'infiltrazione di cortisone, non è necessariamente una scelta sbagliata — soprattutto se il dolore è molto intenso e stai cercando un sollievo rapido che ti permetta di riprendere le attività quotidiane. In quel contesto, può avere senso come strumento temporaneo nelle primissime settimane, non se hai dolore da un anno.

Ma ci sono alcune cose che vale la pena sapere prima di decidere:
1) Il sollievo che si ottiene potrebbe essere dovuto in parte a meccanismi non specifici, non necessariamente al farmaco.
2) L'effetto tende a esaurirsi nel tempo, e nel lungo periodo altre strategie sembrano fare meglio.
3) Il cortisone da solo non sostituisce un lavoro più strutturato che includa stretching, gestione del carico ed educazione.

La scienza ci sta dicendo, in sostanza, che la soluzione rapida spesso non è quella definitiva. E che investire in un percorso più completo — anche se richiede più tempo e pazienza — è la strada con più evidenze a supporto.


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